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Chiedo più democrazia nelle decisioni sul futuro della pesca

Il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’Ue direttamente eletta dai cittadini. Aggirarne le decisioni, come successo per esempio con il piano pluriennale per gli stock di piccoli pesci pelagici nel mare Adriatico, rappresenta un grave errore. E non solo perché il piano, varato dal Parlamento nel 2018 e prossimo al ritiro per volontà della Commissione Ue, aveva portato a una soluzione equilibrata per combinare la sostenibilità economica, sociale e biologica. Ma anche per via del metodo seguito, che rappresenta un preoccupante precedente.

Ecco perché ho deciso di scrivere al commissario alla Pesca, Virginijus Sinkevičius, per sollevare tale questione.

Non si tratta solo del piano per l’Adriatico, ma anche delle recenti raccomandazioni della Cgpm, organo internazionale della Fao, che hanno introdotto misure tecniche molto pesanti per i nostri pescatori senza seguire la procedura di co-decisione, ossia non coinvolgendo ancora una volta il Parlamento. In questo modo, non si fa che aumentare il divario democratico tra l’Ue e i suoi cittadini. A tal proposito, qualche settimana fa avevo presentato anche un’interrogazione scritta che ha raccolto il supporto dei deputati italiani, a eccezione di PD e M5S. E’ troppo facile prendersela con chi, come la Lega, critica questa Europa, se poi a mettere a repentaglio l’Unione è la stessa Commissione.

A Sinkevičius chiedo di invertire la rotta, magari partendo proprio dall’Adriatico e, più in generale, dalle misure che determineranno il futuro della pesca.

Pesca: con le nuove regole UE a rischio il 40% della produzione Ittica Nazionale

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Le misure imposte dall’Unione europea sui limiti a catture e giornate di pesca nel mar Adriatico e nel Mediterraneo occidentale, come il taglio del 10% delle giornate in mare dei pescatori a strascico a partire dal primo gennaio 2020, rischia di ridurre del 40% la produzione ittica nazionale. In questo modo, apriamo defintivamente la porta all’invasione di pesce extra-Ue, catturato in condizioni spesso di sovrasfruttamento e con mezzi altamente inquinamenti.

Altro che lotta per l’ambiente.

È ora di dire basta a una politica europea che dipinge e tratta i nostri pescatori come il male assoluto, chiudendo più di un occhio su quanto c’è dietro il pesce che importiamo, anche da altre zone dello stesso Mediterraneo. Purtroppo, le regole per il 2020 non si potranno cambiare in corsa, ma occorre lavorare in sede Ue e sui tavoli internazionali per fare in modo che gli scambi commerciali nel settore ittico siano improntati al rispetto di standard comuni. E occorre fin da subito che la Commissione introduca sostegni adeguati al reddito dei nostri pescatori.